Il Pallone d’Oro 2026 evidenzia nuovamente come nel calcio femminile sia a questo punto primario un discorso di equità più che di parità. La cerimonia londinese, che ha premiato Alexia Putellas, solleva i soliti quesiti. È giusto che il nome dei trofei femminili sia lo stesso di quelli maschili? Perché non valorizzare la storia del nostro movimento?
Tutto quello che è migliorabile dell’edizione 2026 del Pallone d’Oro
Il commento italiano, andato in onda su DAZN, ha praticamente ignorato l’esistenza dell’edizione femminile del Pallone d’Oro, e per la prima ora e 45 minuti, al massimo, è stato menzionato solo il Barcellona, giusto per dovere di cronaca. Se il discorso è di parità, il calcio femminile meritava una narrazione quantomeno all’altezza delle protagoniste, poiché di storie rilevanti – su tutte quella della prima messicana ad essere nominata – ce ne sono più che a sufficienza.
Per il discorso equità, invece, almeno menzionare le classificate dall’undicesima alla trentesima posizione sarebbe stato più corretto. Portava via forse un paio di minuti e si inseriva correttamente all’interno delle disamine sul Pallone d’Oro maschile. Ugual discorso quando Vicky López è stata insignita del Trofeo Kopa, con il direttore di DAZN, presente in studio, che ha spostato il discorso sulle domande di Thierry Henry, o Andrea Marinozzi che ha fatto in tempo giusto a menzionare Felicia Schröder. Se non altro, il direttore si riscatta (in parte) menzionando la storia di Elena Sadiku.
Qualche riscatto nelle premiazioni finali, ma alla fine al calcio femminile non è stato concesso il giusto spazio per le disamine. Sia per il discorso parità, sia per quello equità, non un buon segnale. C’è margine per migliorare, ma a questo punto è il momento di pretendere un commento quantomeno all’altezza dell’importanza della cerimonia.
E se il Pallone d’Oro avesse i suoi trofei “al femminile”?
La testata SoloCalcioFemminile se lo chiedeva all’indomani dell’edizione 2025, la prima nella quale – calciatori e calciatrici – avevano ricevuto gli stessi trofei. Perché il calcio femminile non valorizza la sua storia (o chi per lui)? Eppure i nomi non mancano. Il Trofeo Kopa potrebbe essere rimpiazzato intitolandolo ad una delle tante pioniere. A livello francese, Marinette Pichon ha probabilmente una delle biografie più interessanti del panorama. Il Trofeo Cruijff, destinato al miglior allenatore, potrebbe essere intitolato ad un’allenatrice, anche in attività, Il nostro movimento può contare su elementi molto validi in tal senso. A scelta, si possono menzionare grandi allenatori o allenatrici del passato.
Il Trofeo Jašin potrebbe tranquillamente portare il nome di Hope Solo, Nadine Angerer, Briana Scurry o a Carmen Arce, detta “Kubalita“, la prima storica portiera della Nazionale Spagnola. Il Trofeo Müller si potrebbe dedicare ad Anja Mittag, ad Hanna Ljungberg, a Birgit Prinz, o addirittura a leggende italiane come Carolina Morace, Elisabetta Vignotto o Patrizia Panico.
Infine, il Premio Sócrates potrebbe essere intitolato a chi ha combattuto per i diritti umani. Nel nostro caso, i nomi di Rapinoe (Pallone d’Oro nel 2019) oppure di Jennifer Hermoso, soprattutto per quanto avvenuto dopo la vittoria del Mondiale 2023. Simbolicamente potrebbe anche essere assegnato alle calciatrici afghane, che a loro volta stanno combattendo per la propria autodeterminazione. Altre giocatrici che meriterebbero un trofeo a loro nome, quelle palestinesi, anche loro in lotta per qualcosa di più del calcio, ovvero la propria sopravvivenza.
Come tutti gli elementi che riguardano il calcio femminile, il Pallone d’Oro apre un potenziale immenso per valorizzare una storia che raramente è stata raccontata. L’occasione di riscattarla è troppo ghiotta per non essere colta.