Dalla leadership alla gestione degli errori, passando per la salute mentale, la parità di genere e il dopo carriera: la pallavolista è stata protagonista al Collegio Nuovo dell’incontro “Allenare al futuro”.
Fare squadra non significa soltanto imparare a vincere. Significa riconoscere il valore degli altri, accettare le proprie fragilità e trovare il coraggio di chiedere aiuto, senza confondere il risultato con il proprio valore come persona. È questo il filo conduttore dell’incontro Allenare al futuro – Fare squadra per vincere, che lunedì 26 ottobre ha portato Alessia Gennari al Collegio Nuovo di Pavia per un dialogo dedicato alle lezioni che lo sport può offrire dentro e fuori dal campo.
Ad aprire la serata sono stati i saluti istituzionali della rettrice Grazia Bruttocao e del prorettore alla Persona e al Diritto allo Studio Cesare Zizza. Al centro dell’iniziativa, nata anche dalla collaborazione con Alessia Reale, il valore educativo dello sport e la sua capacità di costruire relazioni, favorire l’inclusione e accompagnare la crescita personale. Un tema che attraversa l’esperienza di Gennari, protagonista della pallavolo italiana e internazionale, con successi in campo nazionale e internazionale e una carriera che si è conclusa nel 2025.
La pallavolo, lo sport di squadra per eccellenza
Partendo dalla celebre frase attribuita a Michael Jordan, secondo cui il talento fa vincere le partite ma il lavoro di squadra fa vincere i campionati, Gennari ha spiegato perché la pallavolo rappresenti una palestra di collaborazione. Per costruire un’azione servono tre tocchi e tre persone diverse: nessuno può fare tutto da solo. Un principio tecnico che diventa una lezione di vita, soprattutto quando si impara a convivere con caratteri, sensibilità e capacità differenti.
“La squadra, in particolare per chi intraprende una carriera professionistica lontano da casa fin da giovanissimo, finisce spesso per diventare una seconda famiglia. Per questo, chi accompagna le atlete più giovani deve essere prima di tutto un educatore, oltre che un allenatore” ha sottolineato l’ex azzurra.
La pallavolo, inoltre, ha contribuito a trasformare la stessa Gennari: da bambina timida, ha raccontato, è diventata una persona che ama parlare in pubblico e condividere le proprie esperienze. Non soltanto i risultati, ma soprattutto ciò che si impara lungo il percorso.
Leadership, non esiste un solo modo di guidare
Anche la leadership non ha un’unica forma. Accanto al leader tecnico, quello che emerge per capacità di gioco e punti realizzati, esiste il leader emotivo, capace di trascinare il gruppo con la propria energia. Ci sono poi i leader silenziosi: persone che sanno accorgersi della difficoltà di una compagna, ascoltarla e starle vicino senza bisogno di essere al centro dell’attenzione.
Per Gennari: “Una squadra vincente non si costruisce soltanto mettendo insieme atlete di talento. Conta anche la capacità di riconoscere le caratteristiche personali e il ruolo di ciascuna, perché una formazione tecnicamente fortissima non è necessariamente una squadra capace di vincere”.
L’esperienza maturata a Conegliano le ha insegnato proprio questo: accettare il proprio ruolo, anche quando non coincide con il desiderio di giocare sempre da titolare, e lavorare per l’obiettivo comune. “Non è necessario essere amiche fuori dal campo per funzionare come squadra. È fondamentale, invece, che ciascuna conosca il proprio compito e che tutte lavorino nella stessa direzione”.
A dimostrarlo, un episodio che coinvolge una compagna di squadra rimasta delusa da una scelta tecnica. Gennari ha raccontato di aver invitato la capitana a non reagire soltanto con un rimprovero, ma a cercare prima di capire lo stato d’animo della giocatrice stessa. Un esempio di leadership che non consiste nell’avere sempre la risposta giusta, ma nel saper ascoltare e, quando serve, chiedere consiglio.
Il coraggio di mostrarsi fragili
Uno dei passaggi più intensi della serata ha riguardato il rapporto con la pressione e la salute mentale. Gennari ha ricordato come, all’inizio della sua carriera, parlare di difficoltà psicologiche o rivolgersi a uno specialista fosse ancora un tabù. La paura, spesso interpretata come un segno di debolezza, rischiava di trasformarsi in un circolo vizioso: ansia, notti insonni e attacchi di panico potevano incidere anche sulla prestazione fisica.
“Oggi – ha spiegato – si parla maggiormente di supporto psicologico e preparazione mentale, pur restando importante distinguere le competenze dello psicologo da quelle del mental coach. Il messaggio è chiaro: chiedere aiuto non significa essere meno forti. Significa riconoscere una difficoltà e trovare gli strumenti per affrontarla”.
Lo stesso vale per chi ricopre un ruolo di responsabilità. Da capitana, Gennari aveva inizialmente pensato di dover apparire sempre impeccabile, senza mostrare le proprie fragilità. La svolta è arrivata quando ha imparato a dire alle compagne di essere in difficoltà e a chiedere una mano. Un gesto che, anziché indebolire la sua leadership, ha rafforzato la fiducia reciproca.
Anche l’errore richiede un lavoro su sé stessi. “Sono stata a lungo molto più severa con sé stessa che con le altre. Una psicologa mi ha fatto notare la differenza tra le parole di incoraggiamento rivolte a una compagna dopo un errore e quelle che utilizzavo per giudicare me stessa. Da lì una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata: perché non concedersi la stessa comprensione che si offre agli altri?”
Nello sport, come nella vita, ogni punto può diventare una nuova occasione. Per riuscire a ripartire, però, occorre imparare a non restare prigionieri di ciò che è appena successo.
Inclusione e parità: oltre gli stereotipi
Il confronto con il prorettore Cesare Zizza ha allargato la riflessione al rapporto tra competizione e inclusione. L’eccellenza non può diventare l’unico metro di giudizio: non tutti arriveranno in Serie A, ma questo non rende meno importante il percorso di chi pratica sport a un livello differente. Le categorie servono anche a permettere a persone con capacità e ambizioni diverse di trovare il proprio spazio.
Gennari ha condiviso la propria esperienza personale, ricordando quanto sia importante non identificarsi completamente nella prestazione e quanto possa essere difficile chiedere aiuto in un ambiente altamente competitivo. Ha inoltre affrontato il tema delle differenze di genere, soffermandosi sul linguaggio bellico con cui spesso si racconta lo sport e sugli stereotipi che continuano a condizionare la percezione delle discipline considerate più o meno “maschili”.
Un esempio concreto è arrivato dalla pallavolo: “Le differenze nei compensi riconosciuti dalla Federazione alle nazionali maschile e femminile, sono emerse attraverso il confronto tra i capitani delle due squadre in un giorno in cui ero a presente, alla domanda perché tu prendi di più, è seguito una riflessione una richiesta, ed infine un adeguamento” ha affermato ancora. Ha poi richiamato la scarsa presenza femminile in ruoli dirigenziali e tecnici, sottolineando come le opportunità professionali e i modelli organizzativi debbano essere ripensati anche alla luce delle esigenze personali e familiari.
Il dopo carriera: ritrovare la propria identità
La conclusione della carriera agonistica è un altro tema su cui, secondo Gennari, si riflette ancora troppo poco. Dopo anni trascorsi ad allenarsi quotidianamente, spesso rinunciando a vacanze, gite scolastiche e momenti con la famiglia, un’atleta può ritrovarsi a dover ricominciare in un ambito professionale diverso, senza esperienza lavorativa al di fuori dello sport.
La cosiddetta dual career, cioè la possibilità di conciliare attività agonistica e studio, rappresenta uno strumento importante, ma per molto tempo non è stata facilmente accessibile. Gennari ha raccontato le difficoltà incontrate nel proprio percorso universitario e l’importanza di mantenere vivi interessi e passioni che non coincidano con la pallavolo.
Perché il rischio è quello di diventare un tutt’uno con il ruolo di atleta, fino a credere che una prestazione negativa dica qualcosa sul proprio valore personale. “Non sei come giochi”, è il principio che ha raccontato di essersi ripetuta come un mantra. Essere una figlia, una sorella, un’amica e una persona con interessi propri significa avere altri punti di riferimento quando lo sport non va come si vorrebbe.
E proprio per questo il messaggio rivolto alle studentesse e agli studenti è stato un invito a fare sport, senza l’obbligo di diventare campioni. “Lo sport insegna a conoscere il proprio corpo, a confrontarsi con i propri limiti e a vivere con gli altri. Insegna anche che fermarsi, cambiare strada o chiedere aiuto non equivale necessariamente a fallire” ha chiosato dopo quasi due intense ore di racconti, riflessioni ed emozioni.
Perché, come suggerisce il titolo dell’incontro, allenare al futuro significa prepararsi non soltanto alla vittoria, ma anche alle difficoltà che fanno parte di ogni percorso. E fare squadra, in fondo, vuol dire imparare a stare al mondo insieme agli altri.
Saskia Avalle
31 Ottobre 2026 at 0:21
perfetta sintesi; una serata nata da tre e più tocchi, grazie!